Verginità puttana

Tutto ciò stava diventando inaccettabile. Non riuscivo a mettermi l’anima in pace, non riuscivo ad accettare l’idea che io ero vergine e lei no. 

L’amavo, cazzo se l’amavo. Non sapevo cos’era l’amore. Ma per Hannah stavo provavo un sentimento forte, che non avevo mai provato prima, doveva essere amore. Per forza. 

Ma non doveva essere così, non me lo ero immaginato così. Da sempre per me doveva essere un passaggio, quello da vergine a non-vergine, da fare con una persona nella mia stessa condizione. Spogliandosi della fanciullezza, dovevamo giacere insieme in quel letto, ed insieme scoprire quel nuovo mondo, entrare nella dimensione erotica, della carne e dei sensi. Entrambi ci dovevamo perdere in quel mondo insieme per la prima. Perdersi tra gli infiniti gemiti, per poi ritrovarsi nudi tra le lenzuola. Svegliati. Svegliati con l’impeto di un tuffo nell’acqua fredda di prima mattina. Ossigeno a colori. Io mi sarei ritrovato con paranoie e ossessione che mi sarei portato fino alla tomba, lei si sarebbe risvegliata con un imene in meno. Così me lo ero da sempre immaginato, ma così non sarà. Lei l’imene se lo è già tolto, e in quanto a me, le paranoie e le ossessioni si sono già presentate. 

Ho sempre pensato di perdere la verginità a 16 anni. Non per un vero motivo, ma nella mia testa la verginità si perde a 16 anni. Probabilmente sono cresciuto con troppa TV spazzatura americana, in cui gli adolescenti tutti ormoni e acne, organizzano già orgie prima di rimuovere l’apparecchio dentale. Di anni ne ho ha già 18, e sono ancora vergine. Lei di anni ne ha 16, eppure ha già più esperienza di me, nell’esperienza più comunque che ogni essere umano affronta nella sua vita. Il sesso è come cagare: grande stimolo e finisci svuotato. Lei, Hannah, a cagare ha più esperienza di me con meno anni. Non posso continuare a percuotere questa stitichezza, devo aprire gli intestini del mio gulliver, ed entrare in quella morbida carne. Hannah vuole, ma ad ogni tentativo, la mia inesperienza mi fa pagare il prezzo. La tensione creata dal non controllo della situazione, non stimola il mio floscio membro, facendo salire le risate dalla platea. 

Fuori dal grande teatro, una folla attende per assistere alla maestosa prova del sommo maestro. Da giorni in città non si parla d’altro. Per le strade si sentono le grida dei botteghini “venite, venite, affrettatevi! Il grande maestro è in città, e si esibirà per voi! Venite a sentire i suoi grandi acuti, le sue potenti trombe! Il grande maestro è qui per voi!”

La folla, accorsa numerosa, riempie ogni singolo posto della platea. Si sente l’impazienza, il pubblico mormora, una signora dall’area nobile dice: “ho sentito dire  che riesce a fermare il tempo”, e un’altra: “ mia cugina, la contessa di Petteburgo, mi ha detto che ha tocca il paradiso con la grande sinfonia del maestro”, e così come infinti altri…

Le luci nel teatro si abbassano, i tamburi iniziano a rullare, le trombe indicano l’aperture del sipario…ma ecco che il sommo maestro, dalle abilità leggendarie, e poteri misteriosi, non è altro che un moscio vecchio. Rugoso, mezzo spelacchiato, decisamente diverso da quella possente e virile raffigurazione sulle locandine, diverso dalle voci. Un misero insetto barcollante sul palco. La folla a quella vista, inizialmente sbigottita, non può che ridere. Risate d’umiliazione, e quello strano essere, senza peli e spina dorsale, dalla vergogna inizia a rimpicciolirsi. Sparisce perso tra il riso incessante. 

Tra i miei amici ero rimasto l’ultimo a varcare quel mondo. L’unico vergine in mezzo a grandi maschi eiaculatori, esploratori  vaginali. I miei orizzonti erano ancora chiusi alla semplice masturbazione.

Dall’altra parte, Hannah, era quanto mai comprensiva e dolce, sempre pronta nonostante le miei illogiche paranoie e ossessioni a rincuorarmi con la giusta parola. Hannah diceva sempre che mi amava, e che se anche aveva perso la sua verginità, per lei quello non significava nulla. Era solo carne dentro ad altra carne. Mi diceva sempre, che se solo poteva, sarebbe tornata indietro nel tempo, e mi avrebbe aspettato. Mi diceva, che si aveva già fatto sesso, e quello non poteva cambiarlo, ma con me sapeva che avrebbe fatto l’amore,  perché mi amava e io amavo lei, e questo contava più di ogni altra cosa. 

Quando Hannah mi parlava così, io mi convincevo delle sue parole, e ci credevo. 

Poco passò. Non era facile organizzare per scopare. Era inverno, non avevo ancora la macchina, e le nostre case non erano mai libere. Lei condivideva la camera con sua sorella più piccola, e mia madre era troppo una impicciona. Finalmente l’occasione: i miei genitori sarebbero andati fuori città domenica, e io avrei avuto casa tutta per me.

La pazza folla e il fatidico sipario, ero convinto di averli allontanati dalla mia testa, e anche se fossero apparsi, avremmo avuto tutto il giorno per noi. Mi sentivo forte e sicuro, e poi con me ci sarebbe stata Hannah, lei non mi aveva mai giudicato, solo la mia mente mi giudicava. 

Nonostante l’affetto e l’amore di Hannah, la mia mente mi derideva, il riflesso era il mio pubblico che prendeva gioco di me. Ogni volta che mi specchiavo, risate d’umiliazione salivano nella mia testa. 

L’umiliazione nei miei pensieri, e la possessione, non verso Hannah, l’angelica Hannah, divina creatura plasmata direttamente dalle mani dell’eterno. No, l’umiliazione per l’infrangersi di una situazione che da sempre mi ero immaginato, l’umiliazione per non avere il controllo, l’umiliazione perché Hannah l’avrei potuta avere molto prima, prima che perdesse la verginità. Io e Hannah avremmo potuto varcare quel cancello insieme, ma ho esitato, e un altro ha colto l’occasione. La colpa era mia, solo mia. Questo pensiero mai lasciava la mia mente, e io vivevo in una gelosia malinconia perpetua, dalla quale non vedevo una fine. L’idea che Hannah avesse già avuto un misero coito e io no, era inaccettabile. Dovevo rimediare. 

Fu un’idea di quelle che nascono mentre guardi una partita di calcio. Il punteggio restava sull’1-1, ma il mio di punteggio, quello con Hannah, non era così. Hannah vinceva per 1-0, e se anche avessimo fatto sesso, lei starebbe ugualmente vincendo per 2-1. Due cazzo di piselli scopati, a confronto con un’unica penetrazione. Due persone che conoscevano i segreti della sua intimità, due sarebbero state le persone riflesse nella profondità dei suoi occhi, due persone l’avrebbero vista contorcersi nel godimento più incontrollato del coito. E io? Tutto sarebbe stato solo una persona. Una sola avrebbe conosciuto il mio imbarazzo, una sola avrebbe provato i miei movimenti, i miei gemiti, e una sola avrebbe avuto in mano il mio membro. Tutto ciò, nella mia mente, era tremendamente ingiusto, non equo. Obbligo agire. 

Il punto di tutto è la parità. In amore, è quello che conta di più se si vuole costruire un rapporto a lungo termine. Senza parità, tutto si sfalda. 

Se Hannah aveva già scopato, io dovevo scopare a mia volta, per poi potermi finalmente rifugiarmi tra le sue braccia. 

Era notte, di un cazzo di martedì d’inverno. Fuori era fottutamente freddo. Domenica finalmente Hannah sarebbe venuta a casa mia, e lo avremmo fatto. Se volevo agire dovevo farlo ora.

Senza dir nulla uscii di casa, presi il motorino e mi recai nel quartiere in cui sapevo di trovare una prostituta. 

Era una strada fuori città. Lunga e dritta, come il pene di un obeso del Kentucky che si masturba dietro il suo maledetto computer. Solo qualche lampione illuminava la strada, e sotto quei lampioni potevi trovare le regine delle tenebre. Muse del sesso, le leggende narrano che al solo sguardo sono in grado di farti eiaculare come un tredicenne alla prima sega. 

Cosa fare? non lo so. Mille pensieri mi passavano nella testa, potevo realmente fare questo? Ma più pensavo, più capivo che qui Hannah non c’entrava, era qualcosa che aveva a che fare solo con me. Alla fine pensavo, mentre nella mia testa passavano le immagini del gol dell’1-1, che la mia scopata di quella sera, sarebbe stato come quel gol. Avrebbe messo il nostro rapporto in equilibrio, e così Hannah non si sarebbe dovuta più assorbire tutte quelle strozzate che mi sarebbero uscite dalla bocca. Si, scopare con una prostituta quella sera stessa, perdere così la mia verginità, e concedermi pienamente a Hannah quella domenica, senza paure e pensieri. Si, tutto ciò mi sembrava dannatamente un magnifico piano. Cosa poteva andare storto? Nemmeno la clamidia mi spaventata. 

Non volevo essere visto. Mentre passavo su e giù per la strada, vidi che vicino a un vecchio rudere sulla destra, un po’ nascosto nel buoi c’era una sagoma. Decisi che sarebbe stata lei la magica musa, un Caronte con le tette, che grazie alla sua calda vagina mi avrebbe traghettato nel mondo degli adulti. Insieme avremmo navigato lontano dalle coste della fanciullezza, non facendovi mai più ritorno. 

Era piegata in avanti, con le mani contro il muro del rudere. Entrambi stavamo con i pantaloni calati, avvolti dal freddo di febbraio, era per questo che tutto il mondo va matto? 

Avanti e indietro, un umido calore, brodo primordiale di piacere avvolto in lattice. 

L’afferravo dalle natiche, mentre il magico sole si mostrava a me, e alla sua vista eiaculai. Un’eiaculazione diversa. Non era come quelle della masturbazione, era molto più intenso. Mi sentivo come un cazzo di razzo sulla rotta verso Marte….ma all’improvviso, lo sconforto e il disgusto più totale. 2,3 secondi dopo la eiaculazione, ecco arrivare puntuale più che mai, il disgusto. 

Da dietro un’ombra della notte, mi afferra il collo. La prostituta si sfila dal mio cazzo. Mi sfera prima un calcio nei testicoli, dopo uno nella bocca dello stomaco. Senza fiato, mi piego in avanti. Un colpo forte mi arriva alla testa, e cado a terra senza sensi. Da qui il buio. 

Non so quanto sia passato da quando riprendo conoscenza. Ma è ancora notte, e fa dannatamente freddo. 

Sono a terra, ho i polsi e le caviglie legate. Sulla mia bocca ho un’abbondate striscia di nastro adesivo. Intorno a me tutto è immobile, nessun rumore. Penso di essere solo. 

Avvolto dal gelo di febbraio, con i pantaloni calati sotto le ginocchia, ero finalmente  diventato uomo. 

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